I 70 anni del duca di Aosta e la “questione dinastica”

Nascere diciannove giorni dopo l’8 settembre non è una buona idea. Specie se il nome che si porta è quello della dinastia italiana con la quale i tedeschi hanno parecchi conti in sospeso. Amedeo (figlio di Aimone duca d’Aosta, secondogenito di Emanuele Filiberto e fratello di un altro Amedeo l’eroe dell’Amba Alagi morto prigioniero degli inglesi in Kenya) viene al mondo a Firenze alla villa Cisterna dove vive sua madre Irene di Grecia. A Firenze risiedono – nell’appartamento di Palazzo Pitti – anche Anna d’Orléans, la vedova di Amedeo, e le figlie Margherita e Cristina. Poco tempo dopo le quattro donne e il neonato sono deportati a Hirschegg in Austria e confinati in un albergo requisito dalla Gestapo. Passano lì nove mesi di terrore, nessuno di loro ha idea se tornerà in Italia e soprattutto se sopravvivrà. Aimone conosce l’unico figlio solo a guerra finita, poi se ne va in Argentina a cercare fortuna e lì muore nel 1948. I Savoia Aosta non sono inclusi nella norma transitoria della Costituzione italiana che esilia i discendenti dell’ex re quindi restano a vivere in Italia. Irene tirerà su da sola il bambino, gli sarà madre e padre, ma Amedeo anni dopo spiegherà di avuto anche un altro “padre”, la Marina Militare: “mi ha formato il carattere”. Nel 1964 sposa, come da tradizione nel ramo Aosta, una Orléans, Claudia la figlia del conte di Parigi. Nonostante tre figli: Bianca, Aimone e Mafalda, la coppia non funziona. I due si separano nel 1974, ma i ragazzi rimangono con il padre che, ottenuto l’annullamento, si risposa con una aristocratica siciliana Silvia Paternò di Spedalotto.

Molto vicino a Umberto II – le sue prime nozze vengono celebrate a Cascais – Amedeo dopo la morte del Re di Maggio rivendica il ruolo di capo famiglia in aperta contrapposizione con il figlio ed erede naturale del defunto, il principe Vittorio Emanuele. La lunga diatriba è ancora aperta e vede due schieramenti contrapposti – spesso in modo molto aspro – e visto che qui sul blog se ne è spesso parlato, l’occasione dei 70 anni del duca di Aosta ci serve per tornare sull’argomento con due analisi della questione che è dinastica, ma anche costituzionale.

Devo ringraziare per la collaborazione due lettori e assidui commentatori, Alessandro Sala e Francesco (alias Rollone) che hanno analizzato le due tesi. Buona lettura e scusate per la lunghezza estrema di questo post, ma non abbiamo ritenuto utile dividerlo in due parti.

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Già dalla fondazione della dinastia con Umberto Biancamano venne seguita per la successione la legge salica. Fin dall’anno Mille l’erede era tale solo se aveva contratto un matrimonio paritario. Questa norma veniva considerata obbligatoria per evidenti fini politici e interessi di stato. Col tempo divenne una consuetudine, una legge non scritta, mai messa in discussione. Nel ‘700 molte dinastie decisero di mettere per iscritto diverse leggi e tradizioni che definivano i doveri per essere principi degni del trono. Un caso su tutti è quello britannico, dove la linea di successione al trono è stata regolata (e in parte lo è ancora) dall’Act of Settlement del 1701 e dal Royal Marriages Act del 1772 fino alle modifiche introdotte quest’anno (2013). Per regolare l’attuazione della legge salica nella propria Casa Vittorio Amedeo III, sovrano assoluto, emanò nel 1780 e nel 1782 due regie patenti. Tali norme non fanno altro che mettere per iscritto le tradizioni in fatto di successione al trono per i principi di Savoia; per la prima volta questo argomento entra nelle leggi dello stato e per la prima volta il criterio della legge salica diventa legge ufficiale. Le regie patenti prevedono come requisiti fondamentali il regio assenso prima del matrimonio e nozze paritarie, la non osservanza di queste regole causa per il principe la perdita automatica di tutti i suoi titoli e diritti e l’esclusione dalla linea di successione  al trono. Tuttavia viene data anche molta libertà di azione al sovrano, infatti di sua iniziativa può concedere il regio assenso anche a nozze non paritarie, imponendo degli obblighi alla nuova coppia o decidendo di considerala come se fosse paritaria. Questa pratica fu messa in atto tre volte negli ultimi tre secoli, da Vittorio Amedeo III e da Carlo Alberto per due principi del ramo Carignano,  e infine da Vittorio Emanuele III che autorizzò il matrimonio di Ferdinando di Savoia terzo duca di Genova con Maria Luisa Gandolfi dei conti di Ricaldone nel 1938. Quindi volendo, Umberto II avrebbe potuto autorizzare le nozze del figlio, considerandole addirittura paritarie. Ma non lo  fece. Andando avanti con le regole … nel 1848 Carlo Alberto emanava lo Statuto Albertino, il cui art. 2 recita: «Lo Stato è retto da un Governo Monarchico Rappresentativo. Il Trono è ereditario secondo la legge salica». E all’articolo 81: «Ogni legge contraria al presente Statuto è abrogata».  A differenza di altre costituzioni coeve, nessuna ulteriore specificazione viene data in merito alla successione: con legge salica si riferisce a quel complesso di norme consuetudinarie che escludono la successione femminile. Le lettere patenti perciò non sono contrarie allo statuto, dal momento che anch’esse prevedono la legge salica, precisandone solamente i criteri di applicazione attraverso la normativa sui matrimoni. Sia molti costituzionalisti sia i quattro Re d’Italia infatti continuarono a seguire tali criteri e non li ritennero incostituzionali. In più il Regno d’Italia legiferò in tale ambito inserendo tra le leggi sui matrimoni del codice civile anche la regola del previo regio assenso per i membri della famiglia reale. Questo avvenne sia col codice del 1865 sia con quello del 1942 attualmente in vigore. L’art. 92 del nostro codice civile recita: «Per la validità dei matrimoni dei Principi e delle Principesse Reali è richiesto l’assenso del Re Imperatore». L’articolo non è mai stato abrogato ma è divenuto inoperante (cioè dormiente) perché l’Italia non ha più ufficialmente una famiglia reale in quanto repubblica. Il cambiamento della forma dello stato non ha comportato l’abrogazione automatica, perché, come sanno quelli che hanno studiato diritto, una norma viene abrogata solo da una successiva o da una che la dichiara tale, e il parlamento non ha mai operato in tal senso. Nel 1948, dopo che la costituzione entrò in vigore, più precisamente il 10 settembre,  una sentenza della Pretura di Roma autorizzava e riconosceva (a causa delle illegalità compiute il 13 giugno del ’46) a Umberto II il titolo di Re d’Italia e il trattamento di Maestà per sé e i suoi successori, la facoltà di concedere onorificenze dinastiche e titoli nobiliari; e riconosceva come in vigore le leggi che governavano la dinastia. Quindi non solo le norme sui matrimoni ma anche quelle sugli stemmi, sui titoli ecc., in tal senso si è sempre mosso l’ultimo Re e nelle famose lettere lo ricordò più volte al figlio. Umberto scrisse: “Tale precisazione si richiama alla legge della nostra Casa, vigente da ben 29 generazioni e rispettata dai 43 Capi Famiglia, miei predecessori, succedutisi secondo la legge Salica attraverso matrimoni contratti con famiglie di Sovrani. Tale legge, io 44mo Capo Famiglia, non intendo e non ho diritto di mutare, nonostante l’affetto per te. Ma se anche mancassi al mio dovere, sarebbe vano, perché nessuno potrebbe riconoscere valido il mio operato. Il tuo matrimonio [..] porterebbe come conseguenza la tua decadenza da qualsiasi diritto di successione come Capo della Casa di Savoia e di pretensione al trono d’Italia, perdendo i tuoi titoli e il tuo rango e riducendoti alla situazione di privato cittadino. Perciò tutti i diritti passerebbero immediatamente a mio nipote Amedeo, Duca d’Aosta.”. E Vittorio Emanuele rispose: “La situazione mi diventa ogni giorno più chiara tanto sotto il profilo morale, quanto sotto l’aspetto strettamente dinastico.”. Tutti i manuali di diritto costituzionale dell’epoca monarchica affermano che il re non può designare il suo successore,in quanto la successione è automatica per colui che risulta idoneo a succedere. Ecco perché secondo le leggi dinastiche, al di là di antipatie o simpatie per i personaggi in questione, l’erede dinastico di Umberto è Amedeo. Bisogna solo scegliere se si seguono tali leggi, che hanno regolato la dinastia almeno fino al 1983, oppure no. In più, tali norme per essere mutate richiedono il voto favorevole del parlamento italiano, questo perché i Savoia al momento della detronizzazione erano una monarchia costituzionale (Romania docet). Strettamente connesso alla successione è legata la questione del nome. Il nome della dinastia è Savoia ed è immutabile, ai rami cadetti (detti anche linee) che sono generati dai secondogeniti del sovrano  viene dato un titolo principale. La tradizione e il regio decreto del 1° gennaio 1890 prevedono che per i principi del sangue (quelli dei rami collaterali) al nome di Savoia segua quello della linea di appartenenza, tutto ciò però non vuol dire che creano una nuova dinastia o non possono firmarsi di Savoia. Inoltre è previsto che quando un ramo cadetto accede il trono abbandoni il nome della propria linea per assumere quello solo di Savoia, questo perché è diventato il ramo principale. Tutto ciò è avvenuto, per esempio, nel 1831 quando la linea principale si è estinta e i Savoia-Carignano, con Carlo Alberto, sono diventati la linea principale e hanno di conseguenza abbandonato il titolo Carignano diventando solo di Savoia. Ecco perchè non ha più senso parlare di Savoia-Aosta. Secondo le leggi dinastiche sono diventati il ramo principale e quindi sono obbligati ad abbandonare il nome della propria linea. Nel 2006, poi, quando la consulta dei senatori del Regno  ha chiesto formalmente ad Amedeo di rivendicare i propri diritti, questi accettando  ha anche ufficialmente  concesso al figlio il titolo di duca d’Aosta in aggiunta a quello personale di duca delle Puglie e ha riservato per se stesso uno dei 137 titoli dinastici spettanti per tradizione al capo della Casa, forse il più evocativo, quello di duca di Savoia.

Su questi argomenti da parte di Vittorio Emanuele e di suo figlio ne abbiamo sentite di cotte e di crude, contraddizioni su contraddizioni. Ognuno  è libero di pensarla come vuole, ma questi signori sono arrivati a dire che per ben 135 anni (1848-1946-1983) i Re d’Italia hanno agito in modo anticostituzionale. Poi il capolavoro, la tentata destituzione di Umberto II operata dal figlio nel 1969, su suggerimento del gran maestro della massoneria Giordano Gamberini. In più nelle sue ripetute contraddizioni non si capisce come per Vittorio Emanuele siano state cancellate dalla repubblica solo le regole sui matrimoni, mentre le altre pretende non solo che siano in vigore ma vuole anche farle rispettare. O tutto o niente.

Alessandro Sala

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La questione dinastica è sorta in seno alla ex Casa Reale di Savoia in seguito alla  rivendicazione da parte del principe Amedeo duca d’Aosta del ruolo di Capo del Casato. Il duca Amedeo si è avvalso, per suffragare le sue pretese dinastiche del fatto che il principe Vittorio Emanuele di Savoia, Principe di Napoli ed unico figlio maschio dell’ultimo Re d’Italia Umberto II, ha contratto nel 1970 un matrimonio diseguale non autorizzato dal padre. La questione in oggetto per essere affrontata in modo attuale va inquadrata nel complesso delle norme dello Stato Italiano, nel solco delle sovrane leggi italiane in vigore che regolano la vicenda. Il fatto che l’Italia sia oggi una Repubblica è ininfluente, perché la Costituzione Italiana, legge somma dello Stato che ha abrogato lo Statuto Albertino del 1848, ha trattato la materia. La tredicesima disposizione transitoria, i cui effetti ai primi due commi sono esauriti, ha identificato nei discendenti maschi dell’ultimo Re Umberto II (cioè Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto e non Amedeo) i suoi unici destinatari comminando loro l’esilio. Questa disposizione è stata in vigore anche dopo il matrimonio di Vittorio Emanuele con Marina Doria e il suo esilio e quello del figlio sono continuati fino al 2002, quando il Parlamento Italiano con Legge Costituzionale ha fatto cessare gli effetti dei primi due commi della tredicesima disposizione transitoria.

Ciò significa che per lo Stato Italiano, in seguito al contestato matrimonio, Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto non hanno perso lo status di discendenti diretti di Umberto II. Al contrario il terzo comma della tredicesima disposizione è tutt’ora pienamente efficace e continua a colpire Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto impedendogli di rientrare in proprietà dei loro beni. La Ratio della scelta dell’esilio e dell’avocazione dei beni allo Stato comminati ad Umberto II e ai suoi discendenti maschi (Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto) da parte dei Padri Costituenti fu una scelta di tipo politico  e collegata all’art. 139 della Costituzione, il quale sancisce la non modificabilità in perpetuo del nuovo ordine repubblicano (cioè il non ritorno alla monarchia). Infatti l’esilio  e l’avocazione dei beni furono indirizzati solo nei confronti di soggetti che il Costituente considerò particolarmente capaci, in quanto possibili pretendenti al trono, di divenire punto di riferimento di temute iniziative restauratrici della monarchia. Il trattamento, quindi riservato dallo Stato Italiano nei confronti dei Principi Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto è sicuramente indicativo di uno status che lo stesso gli riserva e gli riconosce: quello di discendenti diretti maschi dell’ultimo Re e quindi ipotetici pretendenti al trono. Le norme dinastiche citate a favore del duca d’Aosta sono normative che risalgono al settecento, norme addirittura preunitarie, che erano già state abrogate sia dallo Statuto Albertino, che dal Codice Civile (art. 92, ovviamente oggi privo di oggetto). Lo Statuto Albertino del 1848, nel preambolo, veniva infatti qualificato come “ Legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della Monarchia” e trattava la questione di successione al trono disponendo all’art. 2 “il trono è ereditario secondo la legge salica”, ed all’art. 81 disponendo che “ogni legge contraria al presente statuto è abrogata”. Le norme settecentesche preunitarie sono state abrogate dallo Statuto Albertino, il quale è stato abrogato dalla Costituzione Italiana e l’art. 92 del codice civile “matrimonio del Re Imperatore e dei Principi Reali” (che riformulava proprio i contenuti della normativa settecentesca richiamata da Amedeo) giuridicamente non esiste più: è stato abrogato in seguito alla caduta della monarchia.

Quindi la lettera dell’ex re Umberto al figlio riguardo alla volontà di sposare una donna non di pari rango è una missiva di tipo privato e l’ex re Umberto non avrebbe d’altronde potuto togliere al figlio uno status che la Costituzione Italiana gli aveva riconosciuto: quello di discendente maschio diretto e quindi possibile pretendente al trono. Per le normative sopra descritte il principe Vittorio Emanuele di Savoia è  capo della ex Casa Reale di Savoia e il duca Amedeo d’Aosta è capo del ramo di Savoia-Aosta. Naturalmente se Emanuele Filiberto non avrà figli maschi la questione si risolverà tout court estinguendosi però il ramo “di Savoia” e rimanendo Amedeo ed i suoi eredi diretti  Savoia Aosta.

Francesco

copyright foto: Marina Minelli

ps perché un post sul compleanno del duca d’Aosta? come ho scritto quando il blog faceva i primi passi Amedeo mi è sempre stato simpatico; l’ho incontrato due volte negli ultimi anni, in occasioni semi ufficiali, e l’ho trovato una persona estremamente cordiale. avrei voluto molto che mi concedesse un’intervista per il blog, ma questo non è mai stato possibile, per sua scelta, non mia. ho pensato di ricordare i suoi 70 anni perché in fondo per tutti noi – quelli della mia età e quelli più giovani – lui è l’unico Savoia che ricordiamo da sempre. quando Vittorio Emanbuele ed Emanuele Filiberto stavano ancora oltre confine per l’assurda “norma transitoria”, lui era qua a ricordare il passato. l’anniversario inoltre è l’occasione per parlare di nuovo della questione dinastica che qua sopra Alessandro e Francesco hanno di nuovo illustrato nei dettagli ed è un argomento che sta molto a cuore agli appassionati di vicende reali.

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