Mountbatten, che conosce bene ed ama profondamente l’India, sarà il suo ultimo viceré. Lord Louis ha visitato in diverse occasioni la nazione, stringendo rapporti di amicizia con molte persone, ma c’è anche un legame profondo ed romantico fra i Mountbatten e il misterioso paese che alla fine della II Guerra Mondiale reclama a gran voce l’indipendenza. A New Delhi, nel febbraio del 1922, il giovane lord Louis, all’epoca aiutante di campo del principe di Galles in viaggio nei dominion della Corona, chiede a Edwina Ashley di sposarlo. Venticinque anni dopo, nonostante un matrimonio a dir poco tumultuoso e una guerra che li ha visti eroicamente in prima linea, i due sono ancora una volta a New Delhi. Il compito che li aspetta necessita di tutta la loro energia e di una buona dose di incoscienza da parte di entrambi. Il plurale è d’obbligo perché il ruolo di Edwina accanto al marito ultimo viceré con il compito spinoso di gestire la transizione, è decisivo.
Secondo il generale Ismay, stretto collaboratore di lord Louis, diventare viceré dell’India era come prendere il comando di una nave in fiamme nel bel mezzo dell’oceano e con la stiva piena di munizioni. Sulla carta il lavoro sembra facile, qualche firma sui documenti, l’organizzazione del rimpatrio dei funzionari inglesi, la celebrazione di alcune sfarzose cerimonie, ma la realtà è ben più complessa perché il popolo indiano esiste di nome e non di fatto. I 360 milioni di abitanti del subcontinente sono divisi in numerose comunità che non si amano (260 milioni di indù, 95 milioni di mussulmani, 500 principi e maharaja indipendenti, siks, parsi, cristiani, ebrei) e mentre il Partito del Congresso guidato da Jawaharlal Nehru e dal Mahatma Gandhi sostiene la necessità di un’India unita, i mussulmani di Jinnah vogliono a tutti i costi uno stato indipendente. Da mesi il paese è sull’orlo di una guerra civile e quando re Giorgio VI e il Primo ministro Attlee chiedono a Mountbatten di accettare l’arduo compito, lord Louis, forse per la prima volta nella vita, è perplesso e titubante. Prevalgono il senso di dovere e di lealtà verso il Re e cugino, ma in cambio di pieni poteri e totale libertà di azione. Il 24 marzo 1947 la cerimonia di intronizzazione è fastosa e nei giorni a seguire i maharaja, con cui Mountbatten ha ottimi rapporti, accettano le condizioni del passaggio alla nuova repubblica, però le trattative si sbloccano sull’irremovibilità di Jinnah. Il leader dei mussulmani vuole uno stato autonomo, per il quale ha già un nome, Pakistan, dalle iniziali delle regioni annesse: Pendiab, Afghania, Kashmir, Indis, Sind e Balouchistan.
L’ultimo viceré
Con il passare delle settimane gli scontri si trasformano in sommosse che degenerano spesso in macelli e di fronte ad una situazione del genere Mountbatten si decide; a maggio il principio della ripartizione in due stati è acquisito e la data scelta per il passaggio delle consegne è il 15 agosto, nel frattempo alle frontiere le minoranze fanno i bagagli. Edwina dal canto suo si prodiga per portare soccorsi ed assistenza alle popolazioni sconvolte da quella che oltre ad essere una crisi politica è anche una grande emergenza umanitaria. Nel caos l’inquieta vice regina trova anche il modo ed il tempo di innamorarsi e la relazione, forse solo platonica ma di certo molto intensa, diventa presto cosa nota anche perché lui è Nehru. Un rapporto importante per entrambi, tollerato da lord Mountbatten, il quale fra l’altro stima enormemente il capo del Partito del Congresso ed ha ottimi rapporti con lo stesso Gandhi. Lord Louis al contrario non riesce a penetrare la corazza di Jinnah “freddo come il ghiaccio, arrogante, vanitoso, inflessibile”. “Sembrava che nel subcontinente indiano – scrive il biografo di Mountbatten, Richard Hough – fossero state disseminate delle bombe politico-razziali ad orologeria. Mentre i Mountbatten correvano per il paese a disinnescarle, altre ne venivano collocate un po’ ovunque”. Ben presto i disordini e le stragi convincono il viceré della necessità di “fare in fretta”. Edwina è sempre al suo fianco per portare aiuti dove possibile, visitare le zone sono avvenuti i massacri, e l’affranta viceregina piange spesso insieme a Nehru per la Madre India. Una moglie infedele ed irrequieta, ma fondamentale per Mountbatten, che concluso il passaggio di consegne diventa Governatore del nuovo Stato indiano, perché il fascino, lo charme e il temperamento deciso della bella Edwina vincono molte diffidenze. Gli episodi di anarchia ed inaudita violenza continuano anche dopo l’indipendenza e lady Mountbatten si prodiga come può per portare conforto ed aiuti alle popolazioni martoriate con la stessa disperata energia che l’aveva sorretta durante la sua missione nel sud-est asiatico.
Quando il 30 gennaio 1948 Gandhi viene ucciso, Mountbatten è fra i primi a recarsi sul posto ed alla folla inferocita pronta ad accusare i mussulmani risponde “no è stato un indù”. “Avevo tirato ad indovinare” confesserà poi, ma risulterà essere vero e la sua presenza di spirito evita almeno un’altra strage.
L’eroe di guerra non esce bene da questa esperienza indiana, le critiche sono feroci e l’ultimo viceré viene accusato di “avere spinto troppo il piede sull’acceleratore e di non aver saputo mediare con Jinnah, irritato per di più dai rapporti amichevoli con Nehru e Gandhi. A discolpa di Mountbatten c’è da dire che lo stesso Primo ministro Attlee non avrebbe accettato trattative lunghe ed anzi aveva deciso che tutto andava concluso in fretta, ma la spartizione veloce fu una tragedia. Il risultato furono le più terribili e feroci lotte interraziali e le più orrende carneficine che l’India avesse mai conosciuto. Molti avevano consigliato a Mountbatten di non accettare questo incarico “una missione senza speranza”, perché “qualsiasi risultato avesse ottenuto sarebbe stato comunque disapprovato e criticato”. Inoltre lord Louis, nonostante l’esperienza della guerra nel sud-est asiatico (e le presunte simpatie laburiste che l’avevano reso particolarmene simpatico al premier britannico), era “costituzionalmente inadatto” a causa della sua mentalità teutonica e da soldato, “a condurre lenti, pazienti negoziati con degli orientali, a navigare fra gli scogli e le correnti della politica, della religione e delle razze”.
Dopo il periodo trascorso in India, Mountbatten torna al servizio attivo in Marina e qualche anno dopo raggiunge finalmente il suo obiettivo e chiude un cerchio, ma questa è un’altra storia.
II – segue.
ps se volete saperne di più vi consiglio di leggere “Stanotte la libertà” di Dominique Lapierre e Larry Collins. A metà fra il saggio ed il romanzo è coinvolgente, molto documentatto e ben scritto, lo trovate qui
