Una famiglia divina: il Re Sole e i suoi tutti insieme sull’Olimpo

Nei giorni scorsi – per la precisione mentre ero a Venezia e non mi chiedete il motivo dell’aggancio mentale – mi sono resa improvvisamente conto che il 2015 sarà un anno di grandi avvenimenti reali. E che ne avevo dimenticato uno. No, non mi riferisco al secondo royal baby che ormai abbiamo dato con il primo e infatti avete notato che se ne parla molto meno? E non penso al matrimonio svedese che pure tutti noi royal-appassionati attendiamo con una certa ansia per sparlare della sposa. Il bicentenario della battaglia di Waterloo invece l’ho già messo in agenda, ma avevo completamente rimosso il trecentesimo anniversario della morte di Luigi XIV. Scusate ma non avevo detto di essere una grande fan del Re Sole?!?!? Si lo avevo detto e in tempi non sospetti, persino prima del blog. Sarà l’età ma per fortuna sono ampiamente in tempo per rimediare anche perché io a lui, penso ogni volta che metto piede a Parigi e ovviamente a Versailles; l’ho pensato intensamente (Alice, perdonami) anche durante il tour dedicato a Maria Antonietta. Nell’agosto scorso mentre passavamo da una zona all’altra della reggia seguendo il conferencier che ci portava alla scoperta dei lieux chachés siamo finiti in un salone di passaggio e non ho potuto fare a meno di scattare una foto al volo, ripromettendomi un post che adesso mi sembra proprio l’ideale per introdurre l’argomento.

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Il Re Sole, per intenderci e per riassumere, inventa Versailles, istituzionalizza la professione di amante reale con tanto di legittimazione dei “bastardi e, soprattutto trasforma una banda di aristocratici riottosi e guerrafondai, sempre pronti a fare la fronda, nel suo più affezionato, fedele, plaudente e devoto pubblico che si rovina per apparire a corte e, ovviamente, non ha più né tempo, né risorse per fare mettere i bastoni fra le ruote al sovrano di turno.
Come dice George Duby
Però ad essere onesti e sinceri Luigi (secondo nome Dieudonné, ovvero dono di Dio visto che il prezioso pargolo arriva dopo 23 anni di difficile matrimonio fra Luigi XIII, uomo rigido in sospetto, forte, di omosessualità, e Anna d’Austria, si quella dei Tre Moschettieri e del duca di Buckingham, anche se pare che in realtà sia stato solo un amore platonico), può essere serenamente definito un mostro. E lo dico con affetto, perché il Re Sole per me resta un mito ineguagliato, ma da storica (almeno di formazione e di studi) devo essere obiettiva. E’ un figlio mediocre, anche se ammira la madre, un fratello geloso, un pessimo marito e un padre che al suo unico erede incute un sacro terrore.
Non tratta meglio le amanti (la mitica Montespan deve ricorrere ai filtri magici della “strega” Voisin per tenerselo accanto), trascina la Francia in guerre e non finire che impoveriscono la nazione e i suoi abitanti. Si accanisce contro i protestanti, arrivando (spinto dalla seconda moglie segreta la devotissima Madame de Maintenon) alla revoca di quel grande atto di civiltà e di tolleranza ante litteram che era stato l’editto di Nantes promulgato nel 1598 dal suo grande nonno, re Enrico IV. Però è a lui che il Paese deve quella “grandeur” di cui ancora oggi può far vanto, è a partire dal suo lungo regno che la Francia inizia a diventare il faro culturale dell’Europa, sono i suoi grandi ministri (Colbert in primis) a creare lo Stato moderno in cui germoglierà il pensiero illuminista.

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Ovviamente il culto dell’immagine fa parte del mito e non nasce a caso, ma viene costruito a tavolino da uno che di questi affari ne se intende: il grande ministro Colbert deus ex machina di molte scelte strategiche del regno del Re Sole. Luigi XIV appare ovunque: il sovrano è il Re Sole, cioè Apollo, divinità solare, ma (a seconda dei momenti del regno) è anche Alessandro Magno, Ercole, Augusto o l’antenato San Luigi. L’immagine evolve senza sosta, con alcuni passaggi obbligati: il re che guida le truppe, il re mecenate e protettore delle arti, il re cristianissimo difensore della Chiesa. Insomma un sovrano così glorioso che quasi diventa mitico, ma non dopo morto, perché grazie agli artisti di cui si circonda la leggenda nasce e prospera quando lui ancora vivo e vegeto.
Anche il grande dipinto – oggi nella sala dell’Oeil de Boeuf – fa parte del progetto ed è funzionale alla costruzuione del mito della divinità solare che illumina il cielo della Francia, ma è anche un archetipo, un esempio e una grande novità. Mai prima di allora una famiglia reale si era messa in posa mezza nuda fingendo di essere sull’Olimpo.
Nel 1670 Monsieur fratello del Re commissiona a Jean Nocret (pittore noto a corte ma non famosissimo come altri) un grande quadro per il suo castello di Saint Cloud; il duca di Orléans vuole un rittratto familiare nel quale devono essere presenti tutti i membri della dinastia, sia i vivi che i morti. La cultura classica è una grande fonte di ispirazione per gli artisti a partire dal Rinascimento, ma qui c’è dell’altro i reali si identificano con le divinità assumendone automaticamente le virtù.
Ovviamente gli dei non sono scelti a caso: in questo enorme ritratto ognuno dei diciotto personaggi ha un suo ruolo preciso all’interno della famiglia reale e contribuisce allo splendore del Sole. Tutti gli elementi della composizione servono a mettere in evidenza che il tempo dei disordini e della Fronda è ormai solo un ricordo, il sovrano e la sua famiglia vivono in perfetta armonia e lavorano insieme alla grandezza del regno. Ora è il tempo della pace, instaurata da Mazzarino e dal giovane Luigi XIV, e i Borbone sono di nuovo uniti e sodali intorno al sovrano che ovviamente emerge dal gruppo.
L’altro aspetto significativo della composizione è l’armonia olimpica creata distribuendo i membri della famiglia reale su linee verticali che conferiscono solennità al dipinto; ponendo ciascun nucleo a un triangolo, modulando gesti e atteggiamenti, il tutto equilibrato dall’uso dei colori primari (giallo, rosso, blu, da cui derivano tutti gli altri).

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Ma veniamo ai dettagli: a destra sollevato e messo in evidenza c’è Luigi XIV e i suoi attributi sono senza ombra di dubbio quelli di Apollo e non di Giove signore dell’Olimpo. Niente di strano visto che il sovrano, fin dall’inizio del suo regno personale ha scelto l’iconografia solare e oltretutto Apollo è giovane e bello come lo stesso re. La bionda Maria Teresa d’Austria è seduta a destra di Luigi e un pavone indica che lì a rappresentare Giunone che è la moglie di Giove in realtà e non di Apollo, ma si tratta di una licenza poetica. Il Gran Delfino, seduto fra i genitori, rappresenta l’amore coniugale visto che tiene in mano la fiamma dell’imeneo. Ai piedi della regina c’è la Petite Madame e appoggiato alle sue ginocchia il piccolo duca d’Angiò; si tratta di due bambini che non supereranno l’infanzia, come le piccole principesse nel ritratto al centro che sono già morte all’epoca della realizzazione del dipinto. Il trait d’union fra il lato destro del quadro dove ci sono il re, la moglie e la loro progenie (che ppaiono uniti in un insieme gruppo triangolare coerente e distaccato dagli altri) e la parte destra del dipinto riservata a Monsieur e alla sua famiglia è ovviamente e naturalmente Anna d’Austria nelle vesti di Cibele; la “grande madre” tiene le mani su un globo terrestre simbolo del suo ruolo politico in quanto reggente e tutrice degli interessi dei figli. La vedova di Luigi XIII scompare nel 1666, ma la sua presenza è necessaria allo sviluppo della mitologia reale.

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Philippe d’Orléans fa da contrappeso al Sole ed è identificato con la Stella del Mattino; in piedi alla sua destra c’è la moglie Henriette-Anne d’Inghilterra, la figlia di re Carlo I. La duchessa di Orléans morirà giovane ma verrà resa immortale dalla celebre orazione funebre di Bossuet (Madame se meurt, Madame est morte) e dal libro che le dedica Madame de La Fayette; Madame, alta, slanciata e bella di natura senza bisogno di piaggerie cortigiane, è Flora, ovvero la primavera come indicano i fiori che ha in mano e che ornano i suoi capelli. La bambina accanto ai due è l’unica figlia sopravvissuta al momento, Maria Luisa, futura e infelice regina di Spagna.

In questo che è una specie di albero genealogico per immagini l’obiettivo finale è l’esaltazione non solo di Luigi XIV, ma di tutta la discendenza di Enrico IV, il primo Borbone a cingere la corona, infatti a sinistra ecco la più piccola delle sue figlie: Henriette, anche lei defunta al momento della realizzazione dell’opera, ma personaggio importante della corte di Francia dove torna dopo la morte del marito Carlo I d’Inghilterra. La ex regina, qui nelle vesti di Tetis o Anfitrite, fra l’altro è anche la suocera del duca d’Orléans. Un po’ più indietro rispetto ai cugini ci sono le figlie di Gaston d’Orléans, zio del re: la Grande Mademoiselle (in piedi dietro al Re Sole nelle vesti di Diana, in neanche tanto velato riferimento al fatto che è ancora nubile) e le sue tre sorellastre nei panni delle tre Grazie: Marguerite- Louise d’Orléans futura granduchessa di Toscana, Elisabeth-Marguerite futura duchessa di Guisa e Françoise-Madeleine futura duchessa di Savoia. Le quattro principesse sono le nipoti del Vert Galant come la duchessa di Orléans, figlia di Henriette e la regina Maria Teresa figlia di Elisabetta di Francia. La famiglia quindi è proprio al gran completo e si mostra al mondo con serena soddisfazione. Per i Borbone e la Francia l’età dell’oro è appena iniziata.

Il dipinto rimane a Saint Cloud anche quando quando Maria Antonietta, nel 1785, acquista il castello dai discendenti di Monsieur; è Luigi Filippo a portare l’opera a Versailles salvandola dai bombardamenti del 1870-71.

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