Mantova, i Gonzaga e la burocrazia

Immenso, suggestivo e bellissimo, il palazzo ducale di Mantova è una vera città nella città. Ma è anche – o meglio era – un eccezionale scrigno di tesori perché i  Gonzaga hanno la passione per l’arte e sono mecenati attenti, generosi e persino lungimiranti. Nella loro corte raffinata accolgono Pisanello, Mantegna, il giovane Rubens e molti altri e per questo negli oltre 35 mila metri quadrati complessivi fra palazzo e castello di San Giorgio, c’è di tutto, dal Medioevo al XVIII secolo asburgico, in un mix di stili che cambiano da un corridoio all’altro, da una sala fastosa all’appartamento a fianco, in un tripudio di affreschi, grottesche, trompe l’oeil, giardini pensili, arazzi, stucchi e boiserie. Cioè c’è ancora tutto quello che non poteva essere rimosso, il resto, la straordinaria collezione di Isabella d’Este marchesa di Mantova, i dipinti, le antichità greco-romane, è sparso nei musei di mezza Europa in parte venduto all’inizio del XVII secolo dal duca Vincenzo a corto di denaro contante e il resto saccheggiato dai lanzichenecchi pochi anni dopo. 

L’enorme complesso è costituito da diversi nuclei risalenti in gran parte ad un periodo che va dalla fine del Ducento agli inizi del Seicento. Al palazzo si accede da piazza Sordello, sulla quale si affacciano i due edifici più antichi: sulla destra il Palazzo del Capitano, sulla sinistra la Magna Domus, fondati con ogni probabilità dai Bonaccolsi che dominano Mantova dal 1271 al 1328. Con l’insediamento della signoria gonzaghesca, a quei palazzi nel corso del Trecento se ne aggregano altri, fra cui l’edificio al cui interno il Pisanello dipinge, nel secolo successivo, il famoso ciclo cavalleresco forse ispirato al ciclo bretone. Nel 1433 Gianfrancesco ottiene il titolo marchionale e vuole festeggiare degnamente l’evento affidando la decorazione della sua dimora ad uno dei più famosi esponenti del “gotico fiorito”. Intanto tra il 1395 e il 1406, su progetto dell’ingegnere militare Bartolino Ploti da Novara, era stato costruito, sulla riva del lago Inferiore formato dal fiume Mincio, il Castello di San Giorgio. Bartolino, che pochi anni prima aveva dato prova della sua maestria con la costruzione dell’imponente castello estense di Ferrara, innalza una maestosa mole con quattro torri di diverse altezze, già in origine resa asimmetrica dalla presenza di controtorri, ossia corpi aggettanti più bassi, anch’essi muniti di merlature e collegati con i rispettivi revellini posti al di là del fossato di cinta. Dal 1458, per volere del marchese Ludovico II Gonzaga, la poderosa fortezza, ristrutturata al suo interno dal toscano Luca Fancelli cghe cancella definitivamente gli aspetti militari e difensivi, diventa il principale luogo di residenza della famiglia e nella torre di nord-est Andrea Mantegna dipinge – tra il 1465 e il 1474 – la celebre Camera Picta, oggi nota come Camera degli Sposi, capolavoro assoluto del rinascimento padano.

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I dipinti della Camera Picta (cioè “camera dipinta”, come era in origine nota) costituiscono un prototipo esemplare di concezione decorativa unitaria di un ambiente, in chiave ottica e prospettica che dà ai visitatori la sensazione di trovarsi in plein air. Su una zoccolatura in finto marmo che fa da proscenio si muovono i protagonisti della rappresentazione, resi visibili dallo scostamento delle tende sui lati sud ed est; la finzione architettonica si sviluppa sulle parete con finte lesene che scandiscono le pitture, e sopra di esse continua dai capitelli pensili attraverso le vele della volta (alzata per rendere cubiche le proporzioni dell’ambiente), culminando nel tondo centrale, il celebre oculo prospettico dal quale affacciano varie figure che scrutano verso il basso. Sulla parete ovest è rappresentata tutta la corte in modo piuttosto informale, sorpresa nel momento in cui un messaggero (sulla sinistra) consegna a Ludovico, affiancato dalla moglie Barbara di Brandeburgo una lettera. Secondo l’interpretazione più comune si tratterebbe della missiva che informa  Ludovico della grave malattia di Francesco Sforza, signore di Milano per il quale presta servizio come comandante dell’esercito; il suo viaggio verso Milano è rappresentato sulla parete ovest, e precisamente attraverso l’episodio dell’incontro, avvenuto a Bozzolo, con il figlio Francesco, appena nominato cardinale. Alla prodigiosa galleria di ritratti si aggiungono i numerosi riferimenti all’antico: anzitutto nei miti di Ercole (lati sud e ovest), Arione (est) e Orfeo (nord) nelle lunette della volta e nei busti dei dodici imperatori sulle vele della stessa.

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Nell’ultimo decennio del Quattrocento alcuni ambienti sono oggetto di ulteriori modifiche e nuove decorazioni per la residenza di Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga, che in castello sistema nello Studiolo il primo nucleo della sua ricchissima collezione.

Con la morte di Francesco II (1519) Isabella d’Este si trasferisce dal Castello in Corte Vecchia, nell’appartamento detto vedovile, che comprende alcune magnifiche stanze affrescate da Lorenzo Leonbruno, fra le quali la magnifica Camera Granda, detta Scalcheria, lo Studiolo, la Grotta e il Giardino Segreto.

Negli anni Ottanta del Cinquecento il duca Guglielmo (1550-1587), nipote dell’estense, trasforma gli ambienti di Corte Vecchia, crea il Refettorio affacciato al Giardino Pensile e la Sala dello Specchio destinata alla musica prospiciente il Cortile detto delle Otto Facce, spazi ideati entrambi da Bernardino Facciotto. Sul rivellino di San Nicolò, presso il castello, Guglielmo edifica l’Appartamento grande di Castello, costituito dalle sale dedicate ai Capitani, ai Marchesi, ai Duchi, alle quali si accede dalla maestosa Sala di Manto.

Alla fine del XV secolo, Fancelli aveva realizzato, verso il lago Inferiore, la Domus Novam completata e modificata alla fine del Cinquecento dal duca Vincenzo Gonzaga figlio di Guglielmo. Un’ala della Domus Nova diventa il nucleo principale dell’Appartamento Ducale i cui ambienti principali sono la Sala degli Arcieri (dove si trova la maestosa pala di Rubens nella quale sono raffigurati i Gonzaga in adorazione della Trinità) e l’attuale Galleria degli Specchi. Non lontano dal Castello di San Giorgio il duca Federico II Gonzaga (1519-1540) fa costruire tra il 1536 e il 1539, su progetto di Giulio Romano, l’Appartamento di Troia che prende il nome dalla sala affrescata con storie dell’Iliade e rappresenta il primo nucleo della cosiddetta Corte Nuova in contrapposizione ai più antichi edifici di origine medievale della Corte Vecchia. A breve distanza da questa nuova residenza ufficiale del duca viene realizzata la Palazzina della Rustica un piccolo edificio isolato sulle rive del lago Inferiore e concepito come residenza estiva, ma nel volgere di pochi decenni inglobato nelle costruzioni che danno corpo al vasto Cortile della Mostra o della Cavallerizza. Nella seconda metà del Cinquecento il duca Gugliemo Gonzaga tenta di unificare in un grandioso complesso organico i diversi edifici costruiti fino a quel momento; a lui si deve anche il rinnovo di una vasta parte della Corte Vecchia dove, aggiungendo un’ampia ala con il Giardino Pensile e la Sala dello Specchio il duca realizza un vasto appartamento privato. Inoltre per collegare la Corte Vecchia al castello e all’Appartamento di rappresentanza realizzato il Corte Nuova, viene costruito il Corridoio di Santa Barbara che viene successivamente utilizzato per l’esposizione della vasta collezioni di dipinti. A questo nucleo si aggiungono poi la Galleria della Mostra e la Galleria delle Metamorfosi completate sotto Vincenzo I il quale desidera uno spazio per la sua raccolta di scienze naturali. Il duca Ferdinando Gonzaga fa erigere la Scala Santa a imitazione di quella in Laterano a Roma e ordina un ampliamento e la ristrutturazione dell’Appartamento Ducale. La fine dei Gonzaga e il passaggio di Mantova agli Austriaci (1707) determinano altri cambiamenti che interessano principalmente la zona di Corte Vecchia: nella Magna Domus viene allestito l’Appartamento dell’Imperatore – realizzato nel 1778 da Paolo Pozzo per Beatrice d’Este, moglie di Ferdinando d’Austria, e rinnovato nel 1812 con mobili in stile impero per il vicerè Eugenio Beauharnais – la sala dei Fiumi è decorata in stile roccocò dal pittore veronese Giorgio Anselmi, mentre in quella che era stata la residenza del duca Guglielmo viene allestito il neoclassico Appartamento degli Arazzi per collocarvi i tessuti con gli Atti degli Apostoli tratti dai cartoni di Raffaello e giunti nel 1776 dalla chiesa di Santa Barbara. 

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Solo un’esigua parte delle opere contenute nel Palazzo Ducale può essere considerata come appartenente, in origine, all’immenso patrimonio artistico dell’età gonzaghesca, quasi tutto disperso; nel 1627-1628 le collezioni gonzaghesche sono vendute da Vincenzo II al re d’Inghilterra Carlo I Stuart per fronteggiare le difficoltà economiche del ducato, poi nel 1630 quanto resta delle mirabili opere d’arte e dei manufatti artistici conservati nel Palazzo Ducale, viene saccheggiato dai lanzichenecchi inviati dall’imperatore Ferdinando II a rimuovere Carlo I Gonzaga Nevers, del quale contesta la politica filofrancese. Una parte considerevole delle suppellettili e dei mobili esposti risalgono alla seconda metà del Settecento o al primo Ottocento, ai periodi quindi dell’impero asburgico e napoleonico, quando il complesso di Palazzo Ducale diventa la sede dei rispettivi governatori e funzionari. Inoltre che all’inizio del Settecento il governo austriaco aveva confiscato un ricco complesso di mobili, dipinti e statue dai palazzi di Mirandola, appartenuti alla decaduta dinastia dei Pico, proprio per riarredare una grande ala del Palazzo, l’appartamento Ducale, dove sono, in buona parte, tuttora conservati.

Vincenzo Gonzaga oltre che per la vendita dei “gioielli” di famiglia è noto anche per questa insolita vicenda

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Post scriptum burocratico:

Mantova per me che vengo dalle Marche non è proprio dietro l’angolo, ma non è lontanissima, con meno di quattro ore di treno sono arrivata comodamente nella città dei Gonzaga che volevo visitare da molto tempo. La mostra – abbastanza pubblicizzata – sulle donne della famiglia ducale me ne ha fornito l’occasione e la scusa. In effetti è stata solo una sosta veloce, meno di 24 ore, ma sono riuscita a vedere il Palazzo Ducale e da fuori il Castello di San Giorgio ancora chiuso dopo il terremoto del 2012 (pare che riaprirà nel corso dell’anno prossimo) con annessa passeggiata in una splendida mattina di novembre sulla riva del lago Inferiore. Mi manca Palazzo Te perché era tardi e non volevo vederlo in fretta, ma tornerò, Mantova è incantevole. La mostra che aveva attirato la mia attenzione invece è ridicola, ma al limite è un’ottima scusa per visitare il Palazzo Ducale. Ci sono alcuni ritratti, una copia della celebre Isabella d’Este di Tiziano, qualche documento d’archivio relativo a doti e contratti nuziali, pochi pezzi di ceramica e cassettine destinate a raccogliere i gioielli dotali. Tutto qua. C’è anche un catalogo al costo di 29 euro. Prima di partire ho chiamato il numero che c’è sul sito (il Palazzo è la sede della Soprintendenza di Mantova) e dopo quattro telefonate siamo riusciti a chiarire che “no, non c’è un ufficio stampa”, “si le mandiamo la cartella stampa” e “il catalogo glielo facciamo trovare all’ingresso”. L’accredito non mi serve, con il tesserino dell’Ordine dei Giornalisti entro gratis quasi ovunque. Un’oretta dopo mi arriva una mail: “scusi ma lei per chi scrive, dove esce l’articolo?”. Rispondo con una serie di link al blog e alle varie mie collaborazioni e al catalogo della Newton Compton. La replica è laconica e disarmante: “ehmmm, no scusi ma il catalogo è finito e poi comunque ha il comunicato stampa, più che sufficiente per il suo articolo”. In genere decido da sola cosa mi è sufficiente (in questo caso il comunicato era ridicolo, ma non potevano umanamente fare di meglio me ne sono resa conto visitando la mostra) però mi è venuto da ridere, ho lavorato abbastanza nelle pubbliche amministrazioni per sapere che di cataloghi ne vengono prodotti in abbondanza e alla fine dell’evento finiscono ad ammuffire in cantina. Il problema era, in questo caso, un altro: i solerti funzionari statali di fronte alla richiesta di una giornalista non “di carta” si sono chiesti “e mo’ questa chi è?”, non riuscendo a darsi una risposta incasellabile nei loro schemi ante prima guerra mondiale hanno deciso di andare sul sicuro. Amen, non ho mai risparmiato sui libri – sigh – e il catalogo lo avrei preso in ogni caso (poi non l’ho preso perché la mostra, come dicevo, è poco interessante, ma ho acquistato altri due libri più costosi). Lo scontro con la coriacea burocrazia italica però non è finito. Arrivata là e dopo un rapido giro al bookshop mi sono resa conto della totale assenza di cartoline relative a quello che mi interessa, così siccome dentro al percorso museale è vietatissimo fare foto (e non scherzo è vietatissimo, in ogni sala c’è un guardiano che ulula come un lupo se fai anche solo il gesto) ho chiesto il nulla osta. Ho compilato e firmato un modulo, la gentile capa dei custodi ha chiamato il collega al piano per dire che ero in arrivo con l’autorizzazione SOLO per la mostra e ho fatto tre o quattro foto. Una settimana dopo mi arriva questa mail:

Gentile dott.ssa Minelli,

desideriamo informarla che l’autorizzazione alla pubblicazione di immagini di opere riguardanti il museo o mostre di palazzo Ducale viene rilasciata a seguito di specifica richiesta indirizzata al Soprintendente, ove sarà necessario specificare il tipo di pubblicazione ( rivista, volume, ecc.), il prezzo di vendita, il numero di copie e di lingue in cui viene pubblicata  ed ovviamente specificando anche il numero ed il titolo dei soggetti fotografici che si intende pubblicare.

(D.Lgs. n.42 del 22.01.04 art. 106-107-108).

Cordiali saluti,

No dico, all’epoca di Facebook, Twitter, Pinterest e Instagram, tu museo che, si presume, vuoi essere visitato e per questo ti devi fare un casino di pubblicità – visto che la guida del Touring non basta più e in giro c’è un sacco di agguerrita concorrenza – mi tiri fuori un decreto legge ammuffito?!?!?! Qui seguito la mia risposta:

guardi io ho fatto tre foto che volevo pubblicare a corredo dell’articolo che uscirà su www.altezzareale.com ma se è così complicato lascio perdere perché sinceramente dato lo scarso interesse della mostra mi sembra sinceramente inutile perdere tempo. per contro mi sarei aspettata una cartella stampa con immagini fornite direttamente da voi come accade per qualsiasi altro evento nel resto dell’Italia e del mondo, lasciando perdere i riferimenti normativi e i decreti legge che in questa epoca in cui tutto o quasi è già on line fanno decisamente ridere. cari saluti al Soprintendente al quale consiglio caldamente di mettersi al passo con i tempi. i miei – numerosi – lettori si divertiranno molto a leggere di questo surreale scambio epistolare con voi.

Cordialmente

Comunque la mia brevissima sosta a Mantova è stata molto interessante e vi consiglio assolutamente un giro per questa città che ho trovato anche molto romantica. Dal punto di vista turistico è molto ben organizzata, io ho dormito all’hotel Broletto a due passi dal Palazzo Ducale, che ho raggiunto a piedi dalla stazione (trascinandomi anche dietro una valigia enooooorme), e ho cenato con un’ottima pizza lì vicino. Il centro storico è pieno di negozi e piccoli locali dove mangiare velocemente, da NON PERDERE la celebre “sbrisolona” e i tortelli di zucca. Da perdere 😉 la casa di Rigoletto e quella di Sparafucile (tratta da un dramma di Victor Hugo, l’opera di Verdi viene trasposta dalla Francia di Francesco I alla Mantova dei Gonzaga per motivi di censura).

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Le foto della Camera Picta vengono da wikipedia, le foto in esterni sono mie, tranne quella della copertina trovata on line.

 Info sulla visita qua http://www.mantovaducale.beniculturali.it/

ps 2 alla fine stamani dalla Soprintendenza mi sono arrivate alcune immagini della mostra, eccone alcune:

8. scatoletta a cuore

50. AG, b 214, c 386, macchina del fuoco artif

34. Henriette d'Elbeuf

Aggiornamenti utili: la Camera Picta è stata riaperta ma il numero dei visitatori è contingentato e la sosta nella stanza brevissima. Una recente legge dello Stato permette di fare foto in tutti i beni di proprietà pubblica.

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